Negli ultimi anni, il tema della continuità aziendale ha assunto un ruolo centrale nel diritto societario e fallimentare. Con la riforma del 2024, la gestione della crisi d’impresa è stata profondamente ripensata: non più una risposta all’emergenza, ma un sistema di prevenzione strutturale. Gli organi societari — amministratori, sindaci, revisori e perfino liquidatori — diventano oggi i pilastri di una vigilanza continua, chiamati a individuare per tempo ogni segnale di
squilibrio. Ne parliamo con l’avvocato Vincenzo Maruccio, esperto di diritto societario e consulente in materia di crisi e risanamento d’impresa.
Avvocato Maruccio, qual è il principio fondamentale introdotto dalla riforma del 2024 nella gestione della crisi d’impresa?
Il cuore della riforma sta nell’idea che la prevenzione sia un obbligo, non un’opzione. La legge impone alle imprese di dotarsi di assetti organizzativi e contabili idonei a individuare tempestivamente i segnali di crisi. È un cambio di paradigma: non si attende più che il dissesto si manifesti, ma si lavora per intercettarlo prima che produca effetti irreversibili. Questo comporta una responsabilità diretta per gli amministratori, che devono vigilare in modo costante e adottare misure correttive immediate, anche quando i sintomi sono ancora lievi.
In che modo cambia il ruolo degli altri organi societari, come sindaci, revisori e liquidatori?
La riforma delinea un sistema di vigilanza diffusa, in cui ogni soggetto che ha accesso alla realtà economico-finanziaria dell’impresa è chiamato a intervenire. Sindaci e revisori legali non sono più meri controllori formali: devono segnalare tempestivamente agli amministratori eventuali squilibri e, se necessario, attivare procedure di allerta. Anche i liquidatori assumono un ruolo nuovo e molto più dinamico. Se, durante la liquidazione, si accorgono che esistono ancora margini per un riequilibrio economico, la legge riconosce loro la facoltà, e in certi casi il dovere, di avviare strumenti di risanamento. In sostanza, la liquidazione non è più una condanna definitiva, ma una fase nella quale si può ancora salvare l’impresa.
Possiamo quindi dire che la riforma spinge verso una cultura dell’anticipo?
Esattamente. L’obiettivo è creare un sistema in cui la responsabilità non sia isolata, ma condivisa. La vigilanza diffusa serve proprio a evitare che i segnali di crisi restino inosservati. È un approccio moderno, che promuove la trasparenza e la collaborazione interna. In definitiva, si tratta di restituire valore al principio di buona amministrazione e di proteggere l’impresa come patrimonio economico e sociale. La crisi non va subita, va compresa e gestita con intelligenza prima che diventi irreversibile.
