La crisi d’impresa come responsabilità collettiva

Negli ultimi anni il diritto della crisi è cambiato in profondità. La riforma del 2024 ha introdotto un principio destinato a incidere sulla cultura imprenditoriale italiana: la gestione della difficoltà
aziendale non è più una responsabilità esclusiva dell’imprenditore. Soci, creditori, garanti e perfino soggetti estranei alla crisi possono oggi essere coinvolti nei processi di risanamento.
Ne abbiamo parlato con l’avvocato Vincenzo Maruccio, esperto di diritto commerciale e delle procedure concorsuali.

Avvocato Maruccio, le nuove norme spingono verso una logica di partecipazione più ampia. Che cosa cambia davvero nel modo di affrontare una crisi aziendale?

Cambia innanzitutto il concetto di responsabilità. La crisi non è più vista come un fallimento individuale, ma come un momento in cui tutti gli attori del sistema produttivo
devono cooperare per preservare valore e occupazione. Oggi soci e garanti possono essere chiamati a sottoscrivere accordi funzionali al piano di risanamento, i creditori sono invitati
a comportarsi in modo coerente con la continuità aziendale e, in alcuni casi, anche soggetti terzi devono accettare vincoli derivanti dal percorso di ristrutturazione. È una visione più
realistica: l’impresa non è un’entità isolata, ma un nodo di relazioni economiche che vanno salvaguardate.

Qualcuno teme che questa impostazione limiti la libertà dei singoli soggetti coinvolti, in particolare dei creditori esterni. È un rischio reale?

Il rischio esiste solo se si interpreta la riforma come una compressione dei diritti individuali, ma non è questa la logica del legislatore. L’obiettivo è di riequilibrare gli interessi: se un piano di risanamento è serio e sostenibile, l’interesse collettivo alla continuità dell’impresa può prevalere su resistenze individuali che rischiano di compromettere tutto il sistema. In fondo, il recupero di un’azienda sana produce benefici diffusi: tutela i posti di lavoro, preserva la catena dei fornitori e mantiene in vita un tessuto economico locale. È un modo diverso di intendere la libertà economica, più legato alla responsabilità condivisa che all’autonomia assoluta.